lunedì, luglio 25, 2005


Le note di basso volteggiavano veloci, corpose, agli ordini della severa maestra batteria, che stabiliva l’andamento, l’intrecciarsi della danza armonica.

L’uomo che, unico, baciò la bella addormentata nel bosco, derubava gentilmente la chitarra di delicati arpeggi, poi la spingeva sola a cantare il dolore della musica, che lentamente si svuotava della sua mestizia ridivenendo placida, come dopo pesanti lacrime.

Vittorio, abbandonando leggere carezze jazz, scuoteva il pianoforte come fosse donna infedele, e i toni diventavano più alti, talvolta violenti: si alzava con vigore in piedi, e ci guardava tutti per un attimo con gli occhi spalancati, gonfi di stupore; di nuovo rivolgeva lo sguardo alle sue mani che volavano rapide disegnando intricati arabeschi sonori, poi tornava a noi, come se volesse convincerci della necessità assoluta di ciò che stava accadendo.

Ascoltavo il concerto, ed ero percorso da un leggero brivido, continuo: pensavo, erroneamente, che la mancanza di novità potesse attenuare la meraviglia.

Poi arrivò lui, con il suo incedere lento, la lunga barba, sembrava un uomo stanco: eppure, le sue parole traboccavano vita, di chi ha a lungo visto, a cui l’esperienza ha concesso il lusso di poter tornare ad essere semplice.

La fierezza della voce lo costrinse a far uso di parole incantevoli, che celebravano il languore di ciò che era stato, e la speranza di ciò che doveva ancora essere, svelando frammenti di prospettive sconosciute su distese d’emozioni comuni, seppur mai fino in fondo comprese: ci spiegava i nostri sentimenti, e noi eravamo lì, disposti a capirli.

La musica si arrogava la presunzione di poter spiegare, di aver ragione, ed ero persuaso da questa fede; la magia che ne scaturiva era quella di lasciarsi andare, e, per una sera, finalmente credere.

1 Comments:

Anonymous matteo e maggie ha detto...

ciao coin magistrale interpretazione di quello che è stato il concerto c'eravamo anche noi "in religioso silenzio".

11:57 AM  

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